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Padre nostro che sei nei cieli

“Padre nostro che sei nei cieli” chiude la rubrica “Il Padre nostro, dalla fine al principio” tenuta da fra Emanuele Rimoli su San Bonaventura informa. Una lettura a ritroso del Padre nostro che conduce a scoprire il mistero di Dio nel volto del prossimo. Si possono leggere i precedenti appuntamenti della rubrica (dal n. 93 dell’ottobre 2020) nell’Archivio on line del mensile.

«“Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso” (Colletta XIX Dom. T.O.). In questa preghiera c’è tutto, detto o alluso. Nell’unico movimento che ricorda la condizione del figlio minore della parabola (cf. Lc 15), la Chiesa riconosce il beneficio di un privilegio da godere in un rapporto in continua crescita, in vista di un godimento che non può essere mortificato da nulla.

Nella stessa domenica viene proclamato il brano di Mt 14, 22-33: Gesù ordina ai discepoli di precederlo sull’altra sponda del lago, congeda la folla, sale sul monte a pregare e poi, camminando sulle acque, va incontro ai discepoli in balia della tempesta; c’è l’incontro con Pietro che, sebbene tentennante, pure cammina sull’acqua e, infine, c’è il riconoscimento di Gesù come “Figlio di Dio”.

È il percorso della fede: (ri)conosciamo Gesù come Figlio di Dio perché, fedele a se stesso, ci salva – è la storia di Pietro, il cammino del Padrenostro dal fondo al principio. Ma non è tutto qui, siamo portati in una dimensione di ancora maggiore ampiezza: riconoscere Gesù come Figlio già apre a un’esperienza di paternità di Dio espressa o compresa in termini di premura e provvidenza (Lui ha cura di me). Con il maturare dello “spirito di figli adottivi” si scoprirà, si gusterà e svilupperà la dimensione più profonda della paternità di Dio: cogliere e accedere alla confidenza e intimità di Gesù con il Padre.

“Il Padrenostro è la preghiera che Gesù ha trasmesso ai suoi discepoli e che la Chiesa, a sua volta, ci trasmette. Siamo così in grado di entrare nella preghiera di Gesù, che costituiva il suo stesso essere [..]. La Chiesa non ci ferma a se stessa, ma ci conduce a Cristo. E Cristo non ci ferma a se stesso, ma nello Spirito Santo ci conduce al Padre” (Clement). […]

Se tutto si gioca sulle relazioni vissute al modo di Gesù e a partire dal segreto di intimità che lui gode con il Padre e di cui siamo partecipi, allora la deduzione è questa: La fede in Gesù ci rende più “parenti” che i legami di sangue. È il segreto e il frutto del Padrenostro.
Non solo, questo dà fondamento alla solidarietà con una profondità inaudita: non importa il sangue, tu mi appartieni – è san Paolo a dire queste parole straordinarie: “Siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,5)». (E.R.)


Leggi qui l’articolo integrale (a pag. 16).

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